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La storia del Comune di Capannori, in provincia di Lucca, dove la raccolta differenziata è all’82% (Il Sole 24 Ore, 23.09.2011)

Venerdì, 7 Ottobre 2011

Clicca sul link e leggi l’articolo:

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-09-23/zero-waste-194818.shtml

Nel paese della democrazia diretta. Capannori, dove a decidere sono i cittadini (il Fatto Quotidiano, 30.09.2011)

Sabato, 1 Ottobre 2011

La giunta di Giorgio Del Ghingaro, eletto con il centrosinistra, ha infatti deciso di stanziare 400mila euro e sarà una commissione scelta “dal basso” a stabilire in quali progetti investire.

E’ più urgente riasfaltare la strada, costruire il parco giochi o sistemare l’illuminazione pubblica? A Capannori, in provincia di Lucca, lo decidono i cittadini. La giunta di Giorgio Del Ghingaro, eletto con il centrosinistra, ha infatti deciso di stanziare 400mila euro e sarà una commissione scelta “dal basso” a stabilire in quali progetti investire. Un’iniziativa che porta i residenti a condividere e discutere le priorità del territorio, dai marciapiedi agli spazi pubblici, e ad entrare in modo trasparente nelle pieghe del bilancio comunale.

“L’idea nasce da un percorso di partecipazione inaugurato qualche anno fa con il varo di quattro commissioni partecipate su rifiuti, acqua, mobilità e barriere architettoniche”, spiega Giorgio Del Ghingaro, sindaco di Capannori dal 2004, oggi al secondo mandato e iscritto al Partito democratico. “La commissione di questo nuovo progetto, avviato attraverso un bando della Regione Toscana, rappresenta proporzionalmente i 46mila residenti. Infatti include quattro immigrati che sul territorio sono il 6% della popolazione”. L’unica percentuale che il Comune ha voluto “ritoccare” per eccesso è quella che riguarda i giovani tra i 18 e i 35 anni, troppo spesso emarginati dalla vita istituzionale anche nelle piccole amministrazioni.

Per garantire la massima trasparenza nella selezione della commissione, una ditta specializzata ha reclutato telefonicamente per conto del Comune un campione rappresentativo di 80 cittadini, divisi equamente tra maschi e femmine e tra le 4 ex circoscrizioni del territorio, tagliando fuori i “professionisti della politica”. Infatti nel gruppo decisionale, monitorato da un comitato di garanzia di cinque membri che include un consigliere di maggioranza e uno di opposizione, non può accedere chi ricopre una carica politica o è presidente di un’associazione. I cittadini quindi partecipano al percorso di elaborazione degli interventi fino alla votazione finale dell’election week a dicembre, momento in cui stabiliranno come investire i 400.000 euro stanziati. Le opere scelte saranno realizzate entro il 2012 e i lavori sono già iniziati da oltre un mese.

“Si incontrano ogni venerdì pomeriggio nella sala mensa del Comune che abbiamo messo a disposizione”, spiega Del Ghingaro. “Finora hanno ascoltato i dirigenti del Comune per conoscere i problemi e le aree di intervento prioritario. Al termine della fase informativa discuteranno suddivisi in base alla circoscrizione per poi confrontarsi collettivamente. Poi entro il 31 dicembre, al termine dell’election week, voteranno i progetti da finanziare che la giunta adotterà porterà in consiglio comunale”. Il sindaco ricorda quindi che il lavoro della commissione non è di carattere consultivo ma decisionale “perché il Comune deve essere un palazzo di vetro in cui sono i cittadini a decidere”.

Ma a Capannori la democrazia diretta non si esaurisce con i 400mila euro e Del Ghingaro sta già pensando a un “bilancio di genere” per “ridurre le diseguaglianze tra le donne e gli uomini attraverso una più equa distribuzione delle risorse e la stesura di politiche ‘ad hoc’. “Vorremmo abbattere le barriere con l’aumento degli asili nido, più corsi di italiano per le immigrate e incentivi alle imprese femminili. Il governo ci ha tolto 2 milioni di euro di finanziamenti, ma non abbiamo tagliato il welfare a sostegno delle fasce più deboli della popolazione”, osserva il sindaco. “Perché questa – conclude – è una battaglia di civiltà”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/30/nel-paese-della-democrazia-diretta-capannori-dove-a-decidere-sono-i-cittadini/161169/

“O hai l’Isee o paghi di più” (Il Tirreno, cronaca regionale, 10.09.2011)

Sabato, 10 Settembre 2011

Il Tirreno

FIRENZE. Da gennaio per l’accesso ai servizi pubblici o un cittadino ha l’Isee o paga la tariffa più alta. «L’Isee non è perfetto ma corregge la denuncia dei redditi e quella grande ingiustizia che è l’evasione fiscale. L’Isee è il modo con cui possiamo difendere le fasce più deboli della popolazione e salvare lo stato sociale». E’ quanto sostiene il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, 53 anni compiuti il 25 agosto scorso, rispondendo alle domande del «Tirreno», in un forum tenutosi a palazzo Sacrati Strozzi (di fronte alla cupola del Brunelleschi), sede della presidenza regionale, al quale ha partecipato il direttore del gionale Roberto Bernabò.
 Nel corso del forum, durato due ore, Rossi ha analizzato i maggiori problemi che nei prossimi mesi affronterà la Regione. Dagli effetti della manovra del governo (taglio del 75% dei fondi per i trasporti all’azzeramento delle risorse per il sociale) alle infrastrutture («Sull’autostrada Tirrenica dobbiamo trovare l’accordo entro fine anno»).
 Dal corridoio europeo Balcani-Barcellona che dovrebbe passare da Grosseto e Livorno al finanziamento di progetti per i giovani («50 mila euro di prestito di onore per chi vuole mettere su un’attività»).
 E non sono mancati neppure i riferimenti all’attualità politica. Soprattutto del Pd. Dalla possibile candidatura di Renzi nelle primarie per Palazzo Chigi («Lui si candida a premier? Io no, voglio continuare a fare il presidente della Regione», ha risposto Rossi) ai guai giudiziari di Penati, ex braccio destro di Bersani.
 L’introduzione dei ticket ha rivelato che lo strumento dell’Isee rischia di favorire anche chi economicamente sta bene.
 «Non è così. L’Isee non è perfetto ma corregge la denuncia dei redditi e quella grande ingiustizia che è l’evasione fiscale. L’Isee è anche l’unica politica in favore della famiglia che sia stata fatta».
 In concreto?
 «Se noi prendiamo una famiglia con 70mila euro di reddito, casa di proprietà e niente figli rispetto a una famiglia con stesso reddito ma con affitto o mutuo e due figli a carico cosa abbiamo? Che la denuncia dei redditi è uguale, l’Isee no. Perché l’Isee tiene conto anche del patrimonio mobiliare e immobiliare. Cioè del conto in banca, delle case che uno possiede e così via».
 L’ispirazione è chiara: chiedere di più a chi ha di più. Ma c’è il rischio che in concreto ciò non avvenga. Voi pensate alla rimodulazione dell’Isee?
 «Noi vogliamo partire dalla diffusione dell’Isee standard, da far scattare l’anno prossimo, e poi con il tempo costruire un Isee regionale, tenendo conto ad esempio anche dei beni di lusso. Attenzione, però…».
 A cosa, presidente?
 «Al fatto che non basta riempire l’Isee di nuove voci se contemporanemente non si costruisce un sistema efficace di controlli. L’Italia è piena di leggi e leggine, ma è assai carente di controlli. Questo è il punto».
 La sua proposta?
 «Un Isee il più equo possibile e un sistema efficace di controlli. In prospettiva vorremmo arrivare a una banca dati regionale».
 Non teme che i 66 milioni che pensavate di incassare dai ticket con questo tipo di Isee non riuscirete a raggiungerli?
 «Abbiamo introdotto l’Isee per i ticket sanitari e le nostre stime sono risultate almeno fino ad ora prudenziali».
 Nessuna autocritica sul modo con cui questi ticket sono stati introdotti?
 «Noi potevamo seguire la strada dettata del governo: far pagare lo stesso ticket di 10 euro al miliardario e a chi prende 600 euro di pensione».
 Invece?
 «Lo abbiamo ritenuto un sistema ingiusto. Per questo puntiamo sull’Isee che può diventare il modo con cui si salva lo stato sociale in Toscana, una “seconda gamba”, dopo la fiscalità generale, con cui sostenere il welfare con equità. Errori ne possiamo aver commessi, ma la strada è quella giusta».
 Tempi?
 «Proporremo questa riforma nella finanziaria al consiglio regionale per far scattare la prima fase prima delle denunce dei redditi di maggio».
 Lei lancia l’allarme: lo Stato sociale è a rischio. Perché?
 «Per i tagli indiscriminati del governo. L’anno scorso la Toscana ha subito un taglio della possibilità di spesa di 370 milioni. Quest’anno arriverà un nuovo colpo di almeno 160 milioni. Diventa un problema serio fare il bilancio, realizzare le nostre politiche e garantire gli stessi servizi ai cittadini».
 Gli effetti della scure di Tremonti?
 «Soprattutto su due settori. Il trasporto pubblico locale subisce un taglio del 75% sui 1900 milioni dell’anno scorso. Questo potrebbe significare che a marzo si fermano treni e autobus. A meno di non ricorrere a tariffe esorbitanti».
 Secondo settore?
 «Quello sociale: cioè i servizi alla disabilità, i contributi per gli affitti, per le persone non autosufficienti. L’anno scorso avevamo in bilancio 900 milioni. Con l’ultima manovra il governo non taglia: ha azzerato il fondo. Zero euro: una vergogna. Perché toglie i soldi a chi sta peggio. A tutto questo va aggiunto il fatto che viene confermato il tetto imposto dal patto di stabilità e non si allenta il vincolo del blocco degli investimenti. Zero euro per i deboli. Zero euro per la crescita, cioè per il futuro».
 Cosa farà?
 «Voglio andare a spiegare la situazione ai cittadini. La Cgil ha dato mano, canalizzando la protesta sul terreno della democrazia».
 Dopo aver spiegato…
 «Mi impegno a passare il bilancio della Regione Toscana al “pettine” della “spending review”, cioè incaricherò un gruppo esterno alla pubblica amministrazione (penso all’Irpet e alla Scuola Sant’Anna di Pisa) perché realizzi una verifica puntualissima del bilancio della Regione e degli enti che fanno riferimento alla Regione. Sono 2500 capitoli di cui verificare la congruità, le finalità e l’efficacia del risultato».
 Quanto pensa di risparmiare?
 «Lo vedremo alla fine del lavoro. Credo si possa fare una pulizia importante».
 Torniamo alla sanità. Noi ci siamo occupati in questi giorni delle liste di attesa troppo lunghe. E’ venuto fuori che l’intramoenia, cioé l’attività a pagamento dei medici ospedalieri, è in forte crescita. Vuoi la visita? Domani, se paghi. Altrimenti devi aspettare…
 «L’attività intramoenia ammonta al 20% del totale. Questa attività è regolata da un contratto su cui devono vigilare le Asl. Voglio dire: se una lista è lunga, i direttori di una Asl devono sospendere l’intramoenia a chiedere al medico di ridurre i tempi. Così come l’Asl se non è in grado di garantire una visita in un tempo accettabile deve indirizzare il paziente in un’altra azienda sanitaria».
 Lei dice: più controlli sull’intramoenia perché non degeneri.
 «Proprio così».

Capannori al top per i rifiuti raccolta differenziata all’80% (Repubblica, 30.03.2011)

Mercoledì, 30 Marzo 2011

Borse “eco” , è un boom. A Livorno vanno a ruba, a Capannori le regala il Comune (Il Tirreno, 23.01.2011)

Domenica, 23 Gennaio 2011

Acqua, così la privatizzazione gonfia le nostre bollette (Repubblica, 21.01.2011)

Venerdì, 21 Gennaio 2011

MILANO - Il risiko dell’oro blu si prepara a ridisegnare la mappa dell’acqua italiana. Nei prossimi 12 mesi - salvo stop dal referendum di giugno - un po’ di maxi utility italiane, i grandi costruttori di casa nostra e un’agguerrita pattuglia di colossi stranieri si affronteranno in una partita miliardaria: la riorganizzazione della rete idrica tricolore con un’apertura più decisa ai privati. I vincitori si spartiranno un Bingo da sogno: il ricco (e anticiclico) mercato delle bollette - già cresciute del 65% dal 2002 a fine 2010 - e la gestione dei 64 miliardi di euro di investimenti necessari per rimettere in sesto i 300mila chilometri di tubi che trasportano il prezioso liquido dalle sorgenti fino ai rubinetti di casa nostra. Un colabrodo “non degno di un paese avanzato” - come dice tranchant il Censis - che perde per strada 47 litri ogni 100 immessi in rete, con un danno di 2,5 miliardi l’anno.

La strada a livello legislativo è già tracciata: entro dicembre - dice il decreto Ronchi - gli enti locali dovranno aprire definitivamente ai privati questo mercato. Mantenendo la proprietà dell’acqua ma affidandone a terzi la gestione industriale. C’è solo un ultimo (fondamentale) ostacolo per questa rivoluzione che rischia di avere conseguenze importanti anche per il portafoglio dei consumatori: il referendum di giugno che chiede l’abrogazione del provvedimento, lasciando il servizio idrico nazionale in mano allo Stato. Ma quanta acqua potabile abbiamo in Italia e perché la nostra rete è in condizioni così disastrose? Chi saranno i protagonisti di questa corsa all’oro blu? Ed è vero che con lo sbarco dei privati nei rubinetti di casa pagheremo bollette molto più alte?
 
Un tesoro dal cielo
Giove pluvio ha avuto un occhio di riguardo per il Belpaese. Sull’Italia, certifica Eurostat, cadono in media 296 miliardi di metri cubi l’anno di pioggia (per il 42% al nord) cifra che ci mette al sesto posto nel continente dietro Francia (485), Norvegia (470), Spagna (346) e vicini a Svezia (313) e Germania (307). Al netto dell’evaporazione e dei deflussi abbiamo accesso a 157 miliardi di metri cubi (3mila l’anno per abitante). Un capitale immenso che però - come spesso accade nel nostro paese - non riusciamo a far fruttare visto che in rete pompiamo “solo” 136 metri cubi a testa ogni dodici mesi. Dove si perde tutto questo ben di Dio che piove dal cielo? In buona parte nei fiumi e sottoterra. “L’Italia non ha gli invasi necessari per conservare questo tesoro per i periodi siccitosi”, ripete da anni l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (l’agricoltura consuma 20 miliardi di metri cubi l’anno contro i 16 dell’industria e i 5,2 per consumi domestici). I 337mila chilometri di acquedotti tricolori ci danno così accesso solo a un terzo di quanto è disponibile in pozzi e sorgenti. E quando bene siamo riusciti a imbrigliare l’acqua in un tubo, non riusciamo a trasportarla sana e salva a destinazione: di100 litri raccolti alla fonte, al rubinetto ne arrivano solo 53. A Bari, certifica l’Istat, bisogna mettere in rete 206 litri per riuscire a consegnarne 100. A Palermo 188, a Trieste 176. Milano (dove i smarriscono solo 11 litri ogni 100) e Venezia (9) sono mosche bianche in questa liquidissima galassia di sprechi che butta dalle sue falle - calcolano Civicum e Mediobanca - qualcosa come 2,5 miliardi di euro di oro blu ogni anno. In Germania, per dire, la dispersione è di sette litri su 100 (e lì è una cifra che fa scandalo) mentre la media europea è del 13%.

Il quadro di regole
Chi gestisce oggi la rete idrica nazionale? Cosa cambierà con il decreto Ronchi che - salvo successo del referendum - allargherà la presenza dei privati nel settore da fine 2011? Fino a pochi mesi fa il quadro di regole era quello disegnato dalla legge Galli a metà degli anni ‘90. Un’Italia dell’acqua “federale” divisa in 92 Ambiti territoriali ottimali (Ato) pubblici - prima se ne occupavano 8.500 comuni - che dopo aver steso un programma di interventi necessari per migliorare la rete dovevano riaffidare il servizio. Una piccola rivoluzione accompagnata dal passaggio da un sistema tariffario rigido (regolato dal Cipe per tutto il paese) a una tariffa reale media in grado di coprire gli investimenti e un rendimento garantito al gestore (il 7%). Con un tetto di incremento annuo per i prezzi al consumo fissato comunque al 5%. La metamorfosi però va ancora a rilento. A 15 anni dalla riforma, dei 92 Ato - dice il Blue Book 2010 di Utilitatis - solo 72 hanno provveduto ad affidare il servizio. E l’acqua è ancora saldamente in mano pubblica. Ben 34 Ato hanno girato la gestione a realtà controllate al 100% da enti locali. In tredici casi è stata passata a società quotate ma a forte presenza pubblica come le multitutility e in altri dodici ad aziende miste pubblico-privato. Solo 6 Ato - di cui cinque in Sicilia - hanno consegnato le chiavi dei loro acquedotti (ma non la proprietà) interamente ai privati. Cosa cambierà a fine 2011? Il Decreto Ronchi farà decadere tutti gli affidamenti in house, quelli a società interne, a meno che non si apra il capitale per almeno il 40% a un socio privato. Le municipalizzate potranno invece conservare la gestione solo se la quota pubblica del loro capitale scenderà sotto il 40% a giugno 2013 e sotto il 30% a fine 2015.

I nuovi padroni dell’oro blu
Chi sono i protagonisti privati di questo risiko dell’oro blu? L’identikit dei concorrenti ai nastri di partenza è già abbastanza chiaro. Anche perché molti di loro hanno già messo uno zampino nel mercato idrico nazionale e si stanno organizzando da tempo per la grande partita della privatizzazione. A far gola non è soltanto il business dell’acqua in sé. Anzi: “Il tetto al 5% dell’incremento delle tariffe è un limite che spaventa molti potenziali investitori”, ammette Adolfo Spaziani, direttore di Federutility. Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionale: una torta gigantesca da 64,1 miliardi nell’arco dei prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011, che fa gola anche ai costruttori. Da dove arriveranno questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto saranno finanziati con le bollette. L’aumento necessario tra il 2010 e il 2020 - calcola Utilitatis - sarebbe del 18%. Soldi. Tanti. Che hanno già attirato diversi pretendenti al business dell’acqua privata. La pattuglia tricolore vede in campo tre big e qualche comprimario. Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l’Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L’astro emergente - pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore - è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un’alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell’acqua. Alla finestra c’è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d’origine ma ai nastri di partenza - almeno in apparenza - con piani meno ambiziosi. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale. Chi sono i big stranieri pronti a scalare l’acqua tricolore? Due hanno già scoperto le carte: Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell’Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l’acqua nell’Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l’hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.

Il rebus pubblico-privato
Meglio per l’utente un gestore pubblico o privato? La risposta naturalmente non è facile. E l’esperienza degli ultimi anni non aiuta certo a sciogliere il dubbio. Ci sono amministrazioni pubbliche più che efficienti ed economiche - Milano ad esempio spreca poca acqua e ha una delle tariffe più basse d’Europa - e altre con bilanci e acquedotti che fanno acqua in tutti i sensi. I privati hanno spesso prezzi più alti ma in media tendono a garantire più servizi e investimenti. Proviamo a far parlare i pochi dati disponibili. Primo fatto: in assenza di un’authority che regoli il settore nessuno, pubblico o privato, riesce a rispettare gli impegni. Gli investimenti previsti dagli Ato nei loro primi anni di vita sono stati realizzati solo al 56%, dice il Coviri, l’ente che vigila sul settore con pochissimi poteri. Le realtà a controllo pubblico sono riuscite a mandarne in porto molto meno del 50% (”anche perché lo stato taglia gli stanziamenti e loro non riescono a finanziarsi sul mercato o con nuove tasse”, sostiene Spaziani). Le Spa miste e le municipalizzate li hanno ridotti “solo” del 13% in base agli studi del Blue Book. “Però da quando nell’acqua operano i privati l’occupazione è scesa del 30% e i consumi sono aumentati della stessa misura”, sottolinea Marco Bersani del Forum movimenti per l’acqua pubblica. La legge Galli, per assurdo, ha ingessato il sistema. Fino al 1995, quando pagava tutto Pantalone (alias lo Stato), si spendevano 2 miliardi l’anno per la manutenzione di acquedotti, fogne e depuratori. Oggi siamo fermi a 700 milioni. Roma taglia e i privati, in assenza di meccanismi tariffari premianti, investono con il contagocce.

Il nodo delle tariffe
I privati fanno pagare di più l’acqua? Questo, naturalmente, è il dato che interessa di più l’utente finale che fino a quando vede l’acqua scorrere dal rubinetto di casa si preoccupa più del suo portafoglio che dei buchi della rete a monte. Anche qui - sul fronte della bolletta - i dati empirici sono per ora pochi. Certo gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l’anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) - le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti - sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista. “Ma una spiegazione c’è - dice Spaziani - . Lì si investe di più mentre gli Ato a gestione pubblica privilegiano per ovvi motivi di consenso politico la tariffa bassa al servizio efficiente”. Ma non sempre è così: “Ad Agrigento c’è la bolletta più alta del paese e l’acqua arriva due volte la settimana e solo in due terzi della città - dice Bersani - . Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vende un bel po’ a Coca Cola per fare una bevanda gassata”. A Latina - dove il Comune è affiancato da Veolia - i costi sono schizzati “tra il 300 e il 3000%” calcola Bersani e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando il giusto (dicono loro) al Comune.
A fine 2010 un metro cubo d’acqua costava 1,37 euro (con picchi di 2,28 per l’alta Toscana e di 0,66 a Milano). Nel 2020 saremo a quota 1,63, il 18% in più con punte di +75% per l’area di Lecco (che passa alla tariffa media) e del 67% nell’Ato Bacchiglione gestito da Aps-Acegas. “Ma attenzione - dice Giuseppe Roma della Fondazione Censis - restiamo comunque ben al di sotto di quanto si spende nel resto d’Europa”. Un berlinese paga per l’acqua quasi mille euro l’anno, a Bruxelles la bolletta è di 580, a Varsavia 545. A Barcellona, Oslo, Helsinki e San Francisco siamo al doppio dei 200 dollari della capitale italiana. “Purtroppo dobbiamo rassegnarci - spiega Roma - . Il dilemma pubblico-privato è un falso problema: il sistema fa acqua da tutte le parti. Due italiani su dieci non hanno il servizio di fogna, al sud quasi uno su due riceve acqua non depurata. Non importa chi gestirà la rete in futuro. Per far funzionare la rete dobbiamo alzare e non di poco il prezzo. Le tariffe oggi riflettono solo la ricerca di consenso politico”. Senz’acqua, in fondo, non si può stare. E - come ricorda Spaziani - per la bolletta idrica spendiamo oggi solo lo 0,8% delle uscite mensili contro il 2% per il telefono, il 5,3% in elettricità e riscaldamento, il 14,9% per i trasporti e lo 0,9% per le sigarette. Per non parlare, dulcis in fundo, del più assurdo dei paradossi: in Italia una famiglia di 4 persone spende in media 340 euro l’anno in acqua minerale. Trentanove in più di quanto stanzia (lamentandosi) per quella che arriva dal rubinetto.

Tuteliamo il nostro patrimonio - Lettera a Bondi (L’Unità, 13.01.2011)

Giovedì, 13 Gennaio 2011

“Tasse e sanità, le novità del 2011″ (Corriere della Sera, 28.12.2010)

Giovedì, 30 Dicembre 2010

Un interessante articolo per conoscere cosa prevedono le misure del Governo che interesseranno tutti, lavoratori pubblici e privati, imprese e famiglie.